Quando si pensa a un Classico viene in mente Omero, oppure Cicerone, o ancora l’intramontabile Dante; si pensa a Il Signore Degli Anelli, a I Promessi Sposi, all’Eneide. Ma cercare parole con cui descrivere quest’unico e “semplice” termine si è rivelata un’impresa piuttosto complicata. Come fare? Come poter descrivere un Classico?

Il tentativo di queste – poche! – righe è quello di attuare una ricerca: determinare tre aggettivi che possano descriverlo al meglio. Una delle prime terne che balzano alla mente è “noioso, interminabile, antico”. Chiunque potrebbe esprimersi così, e tale parere è comprensibile; tuttavia non sembra opportuno poiché risulta soggettivo, parziale, da scartare. Sarebbe importante esprimere un giudizio il più possibile oggettivo, intenzione che rende più ardua l’impresa. Proseguendo in questa ricerca si trovano altri due aggettivi plausibili: “bello” e “universale”. Questi appaiono più convincenti dei primi, ma a un’analisi più approfondita si rivelano inutili: infatti possono essere utilizzati se pensiamo a messaggi eterni, ma limitandoci a opere e autori minori si potrebbe considerare buono il “bello”, ma l’ “universale” resterebbe escluso. L’indagine quindi non si conclude qui, e si va avanti a pensare. Cos’ha di strabiliante Dante, che riesce ancora a dire a ciascuno di noi qualcosa di nuovo ogni mattina anche dopo settecento anni, e che invece non ha Cuore, che – con tutto l’affetto per De Amicis! – sembra dell’età della pietra e inattuale a distanza di cinquant’anni? Certamente nell’ Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso troviamo la bellezza e il messaggio universale. Ma anche tanto altro. La Commedia è eterna (non in riferimento al tempo di lettura…); è formativa, senza ombra di dubbio. Ed è completa così com’è, conclusa: non necessita di null’altro. Ecco dunque una terna di aggettivi vincente, applicabile a qualsiasi Classico: “durevole, formativo, concluso”. Anzi: “conchiuso”. Sta a voi ora decidere se condividere o meno questa riflessione. Provare per credere!

Chiara Rizzi

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